Infowine8.7: sisma amarone, fine wines, Usa

Esplode lo scisma dell'Amarone

Il presidente dell'ente di tutela Dop: due le procedure legali per la difesa della denominazione Otto delle 11 Famiglie lasciano il consorzio Valpolicella. Due bollini al consorzio Il Consorzio Valpolicella spinge sulla certificazione della produzione integrata e a sostenibilità garantita.

E già dalla prossima vendemmia sarà attivo un nuovo protocollo certificato da Siquria. Due le certificazioni, la prima si applica alle uve coltivate con la tecnica della difesa dalle tignole mediante confusione sessuale, mentre la seconda disciplina l'impiego di fitosanitari a favore di prodotti a minor impatto ambientale in attuazione del Protocollo tecnico di produzione integrata del Consorzio sono semplicemente le Famiglie. Tutto il resto delle parole è in più». Otto aziende uscite dal Consorzio della Valpolicella, due procedure legali, una in Italia e una alla Ue, per la tutela del nome Amarone. Che ci sia una guerra in atto tra Consorzio della Valpolicella e gli scismatici delle Famiglie dell'Amarone d'Arte lo si capisce fin dalle prima frase con la quale il presidente del Consorzio Christian Marchesini risponde alle domande di ItaliaOggi. «Sei mesi fa abbiamo chiesto alle Famiglie di ritirare la registrazione del nome Amarone nella loro associazione. Non abbiamo avuto risposta, abbiamo avviato le nostre azioni legali, anche su suggerimento del ministero delle Politiche agricole che abbiamo interpellato sulla legittimità dell'associazione e del suo operato, e il fatto che otto di loro siano uscite ha semplicemente preceduto la nostra intenzione di cancellarle. Era un atto dovuto visto il conflitto di interessi». L'associazione delle Famiglie nasce nel 2009 conta 11 aziende, alcune, come Masi, già fuori dal Consorzio. Le otto che hanno annunciato la scissione sono Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Speri, Tommasi, Venturini, Tenuta Sant'Antonio e Zenato. Sulla questione la presidente, Marilisa Allegrini ha fatto sapere di non voler commentare: «Ci sono implicazioni di natura diversa da quella di semplice comunicazione, non sono in grado in questo momento di fare alcuna dichiarazione». L'associazione nasce allo scopo «di salvaguardare e promuovere la vera qualità • dell'Amarone da loro prodotto, suffragata anche dall'apposizione di un ologramma' adesivo sulle loro bottiglie», continua Marche_ sini. «Questo fatto ha creato una frattura importante all'interno della denominazione, provocando un danno di immagine a tutto il settore produttivo coinvolto e insinuando che la Docg prodotta da circa 270 aziende». Scontri c'erano già stati, come quello sulla opportunità di allargare la Dop ai terreni di pianura. Adesso si è arrivati alla rottura. «La nostra azione legale è un atto dovuto per la protezione della Dop, non può essere utilizzato il termine Amarone. Non è possibile da parte di un privato registrare un marchio che contenga al suo interno una denominazione di origine protetta. Se si chiamavano Famiglie del Vino d'Arte andava tutto bene. 11 termine Amarone è stato utilizzato indebitamente, si crea dicotomia all'interno della denominazione, nasce la domanda cosa sia uno se l'altro è d'arte. La nostra azione è per riportare la legalità, siamo noi i delegati alla tutela del marchio. Certo, dispiace, ma dobbiamo difendere tutti». Marchesini critica anche la scelta di darsi un disciplinare. «Non c'è nessuno che controlli, che certifichi l'applicazione del loro codice di autodisciplina. Non c'è nessuno che garantisca che venga rispettato». Ma alla fine il presidente lascia aperta la porta. «Se loro rinunciassero al termine Amarone, non ci sarebbe niente da eccepire. Ma allo stato attuale non si può creare differenziale tra le loro aziende e quelle del resto della denominazione».

 

Autore: ANDREA SETTEFONTI

Fonte: ItaliaOggi

 

La calura estiva non ferma il mercato secondario dei fine wine

La calura estiva non ferma il mercato secondario dei fine wine: come racconta il “Cellar Watch Market Report” di luglio del Liv-ex, a giugno gli scambi continuano a crescere (+5,7% su maggio), trainati dalle performance di Sassicaia e Champagne

Nonostante le temperature bollenti in tutta Europa, i wine merchant del Vecchio Continente non sembrano soffrirne e, come racconta il “Cellar Watch Market Report” di luglio del Liv-ex (www.liv-ex.com), il benchmark del vino mondiale, il fatturato degli scambi sui diversi indici, è cresciuto, a giugno, del 5,7% su maggio e del 9,9% su giugno 2014. Il Liv-ex Fine Wine 100, l’indice più rappresentativo, che mette insieme le ultime annate in commercio delle etichette più scambiate (compresi i quattro italiani, Masseto, Ornellaia, Sassicaia e Solaia, al fianco dei top di Bordeaux, Borgogna e Champagne) ha messo a segno un +0,9% a maggio, che porta la crescita da inizio anno al +2,3%, pari ad un +3,4% su giugno 2014.

Continua la discesa di Bordeaux, non tanto e non solo nelle quotazioni, quanto nel peso specifico sul mercato secondario: al culmine del successo, infatti, i vini di Bordeaux rappresentavano il 95% degli scambi, mentre oggi la quota è scesa in picchiata al 65,5%, con l’attesissima annata 2012 che vale solo l’11,8% degli scambi. Fuori dalla Francia, è ancora l’Italia a fare meglio di tutti, e sempre grazie al Sassicaia, che con l’annata 2012 ha spinto le etichette del Belpaese ad una crescita, negli ultimi 10 mesi, del 10,5%. Bene anche i vini di Champagne, che escono dalla nicchia e conquistano l’8,2% del mercato, mentre gli Usa si scoprono particolarmente performanti con le annate 2010 e 2012 di Screaming Eagles.
Nel complesso, quindi, il quadro è decisamente positivo, con i quattro maggiori indici tutti in territorio positivo a giugno: il Liv-ex 50 cresce dello 0,7%, il Liv-ex 100 dello 0,9%, il Liv-ex 1000 dell’1% ed il Bordeaux 500 dello 0,8%. Tra i sotto indici, solo il Rhone 100 lascia qualcosa, con un calo dell’1,3%, la performance migliore è invece quella del Bordeaux Legends 50, con il +2,3%, mentre il Resto of the World 50, che cresce dell’1,1%, si conferma come il miglior indice nel suo andamento annuale.

Fonte: Winenews

In Usa meno vino straniero, ma l'Italia tiene

Calano le importazioni Usa in volume ma non quelle dall'Italia, mentre anche la Cina ha ripreso ha comprare, in particolare vino in bottiglia.

 Il primo trimestre 2015 si è chiuso con le importazioni Usa a 2,6 milioni di ettolitri contro i 2,7 dello stesso periodo del 2014. Anche la relativa spesa è scesa dai 1,21 a 1,17 miliardi di dollari (-3%). Ma il vino italiano continua negli States, 6,8% in volume a fronte di -1,2% in valore. Negli Usa a cambiare è stata la tipologia di acquisti, con gli sfusi scesi dal 33% al 27% della domanda a fronte di un 2% del vino confezionato. Per la Cina il primo trimestre 2015 ha segnato una decisa ripresa delle importazioni, trascinate in primo luogo dai vini confezionati (80% dei volume e 93% del valore), mentre si evidenzia una battuta d'arresto dei vini sfasi che rappresentano un 18% del totale acquistato fuori dai confini nazionali. Complessivamente dopo la ripresa del 2014, chiuso con scambi internazionali ben oltre i 100 milioni di ettolitri, anche il 2015 sembra essersi aperto sotto i migliori auspici. Nei primi tre mesi del 2015, infatti, le esportazioni hanno registrato un buon dinamismo e, da analisi Ismea, risulta che sono stati scambiati 23 milioni di ettolitri di vino contro i 22 milioni dello stesso periodo dell'anno precedente ( 3%). Anche in termini di valore espresso in euro si evidenzia una crescita di un certo rilevo ( 8%). Altro dato che conferma la tendenza già osservata nel 2014 è che la Spagna, con 5,7 milioni di ettolitri ( 13%), si posiziona al primo posto nel ranking mondiale dei Paesi fornitori, seguito dall'Italia, ferma a 4,7 milioni di ettolitri (-2%).

 

Autore: Arturo Cento fanti

Fonte: ItaliaOggi