Infowine14.7: patti per export, vino naturale, case history

L'alleanza del vino

Il patto per proteggersi dalle multinazionali. Le 11 famiglie dell'eccellenza mondiale in Toscana

Il più piccolo si chiama Giulio, ha meno di un anno e un destino (tra vendemmie e cantine) fissato nel cognome: si chiama Antinori. II fratello Giovanni Piero di anni ne ha 5. L'età giusta per fare amicizia con Valentina, 3 anni, rampolla dell'aristocrazia spagnola del vino, la famiglia Torres. Seduti a una tavolata con 8o posti, c'erano poche sere fa in Toscana, a Bargino, nella nuova cantina degli Antinori nel Chianti classico, tre generazioni delle famiglie che hanno fatto la storia vinosa d'Europa. Hanno formato una santa alleanza delle vigne con due buoni propositi. D primo è scambiarsi aiuti e idee per uno scudo stellare che le metta al riparo dalle incursioni di investitori e finanzieri: dai capifamiglia ai nipotini, tutti stretti assieme, così da mantenere salda la proprietà delle aziende, trasmessa da generazione a generazione. II secondo è far entrare i più giovani, dai bambini ai ragazzi, nel pianeta di grandi rossi e boWcine. L'associazione si chiama Primum familiae vini. U record, quanto a numero di avi, è italiano: le 26 generazioni di Antinori, dal 1385. Oltre ai padroni di casa (che con un trust familiare hanno reso inespugnabile l'azienda per altri go anni), sui poggi toscani sono comparsi, in tenute casual, i francesi di Joseph Drouhin dalla Borgogna, gli Le generazioni Quelle di Antinori che si sono occupate di vino, dal 1385 a oggi È il record tra le undici che fanno parte dell'Alleanza Le persone Quelle che si sono ritrovate a Bargino, in Toscana. Sono capifamiglia ed eredi delle undici famiglie: tre generazioni insieme Hugel dall'Alsazia, gli eredi della baronessa Philippine Rothschild di Chauteau Mouton Rothschild dal Medoc, la famiglia Perrin dalla Valle del Rodano, poi i De Billy dello champagne Pol Roger. Fianco a fianco con gli spagnoli delle aziende Torres e Vega-Sicilia, i tedeschi della Egon Miiller Scharzhof e i portoghesi di Symington. Poi un'altra famiglia di marchesi italiani, gli Incisa della Rocchetta, della Tenuta San Guido, quella del Sassicaia. D presidente di questo club cambia ogni anno: nel 2015 tocca ad una donna, Alessia Antica (la mamma di Giulio e Giovanni Pietro). «Ci siamo riuniti per tre giorni — racconta — sono arrivati tanti giovani dai 20 ai 3o anni, la metà del gruppone». Non c'era la baronessa Rothschild, scomparsa pochi mesi fa. Sua la definizione migliore del sodalizio: «Siamo una famiglia per scelta, senza scontri né nevrosi, siamo la terra che rappresentiamo». Lo spirito è rimasto intatto. Nei primi anni Novanta i soci del club erano 12 (come gli apostoli, ma in questo caso il dio venerato è Bacco). Tutti sono stati scelti per cooptazione e all'unanimità. Poi il gruppo Constellation, leader mondiale nella produzione di vino, acquistò l'azienda di Robert Mondavi, e la famiglia del pioniere della Napa Valley abbandonò il PFV, avendone perso i requisiti. Gli attuali u discutono se il futuro socio debba essere un rappresentante del nuovo mondo vinicolo o se sia il caso di restare dentro i confini dell'Europa. II meeting si tiene ogni anno in Paesi diversi. «Ci si aiuta e ci si fa forza — spiega Alessia Antinori — nei momenti difficili.Questi giorni assieme servono a consolidare i nostri valori in modo che le aziende restino alle famiglie. E a far conoscere tra loro i nostri figli». I rampolli possono trascorrere periodi di lavoro e studio nelle aziende dei soci. Tra una cena di gala a Bar-gino e una degustazione nella Tenuta del 'l'ignanello, gli ii eno-imprenditori hanno discusso di tecniche e commerci. La rete distributiva è talvolta comune, fattore decisivo se si esporta più di metà delle bottiglie. I vini di Mouton Rothschild, ad esempio, arrivano in Cina grazie ai punti d'appoggio di Torres. L'altra attività è la partecipazione alle aste di beneficenza: in palio cassette con le bottiglie migliori delle u aziende e un passaporto per visitare le cantine con una speciale accoglienza. All'ultima asta, in California, un mese fa, le tre cassette hanno consentito di raccogliere 2,4 milioni di dollari.

 

Autore: Luciano Ferraro

Fonte: Corriere della Sera

 

“Proviamo a definire il vino naturale e ... Innaturale”

Il vino naturale? Per la scienza non esiste, o comunque è impossibile da definire. Per il mondo produttivo, invece, è la strada per rendere unico il vino italiano nel mondo, come è emerso a “Proviamo a definire il vino naturale e ... Innaturale”

Vino naturale, definizione controversa tra scienza e comunicazioneIl vino naturale? Non esiste. Almeno secondo Attilio Scienza e Vincenzo Gerbi, professori ordinari di Enologia, rispettivamente, all’Università di Milano e di Torino che, dal dibattito organizzato da Eataly e Padiglione Italia “Proviamo a definire il vino naturale e ... innaturale”, di scena all’Expo di Milano, mettono i puntini sulle “i” su una definizione che, da un punto di vista prettamente scientifico, non ha ragion d’essere. Diverso il punto di vista del mondo produttivo, con Anelo Gaja e Walter Massa che nella scelta della naturalità vedono la possibilità di una svolta per l’intero comparto.

“Naturale - spiega il professor Scienza nel suo intervento, introdotto, dal patron di Eataly Oscar Farinetti, che ha fatto gli onori di casa - è tutto ciò che nasce e si sviluppa senza l’intervento dell’uomo. Nel caso del vino, l’unica cosa che esiste di naturale è l’antica pratica, sopravvissuta in alcune zone della Maremma, di raccogliere le uve selvatiche alla nascita del primogenito, e produrre vino da fermentazione spontanea che poi viene bevuto al raggiungimento del diciottesimo anno d’età. Tutto il resto, non si può considerare vino naturale, perché, come diceva Platone, un tavolo esiste già in una foresta, ma senza la tecnica non può esistere. Stessa cosa vale per il vino, dove la tecnica - continua il professor Scienza - è tutto. Eppure, facciamo ancora fatica ad attraversare la “porta stretta”, termine caro, in pedagogia, a Freud, delle produzioni biologica e biodinamica. Nel resto del mondo, le filiere produttive fanno sistema, puntando forte su ricerca ed innovazione: succede in Francia con il latte, in Germania con il maiale, in Spagna con il comparto ortofrutticolo: il vino sembra aspettare solo noi. Ma per farlo davvero bisogna tornare ad investire in ricerca, senza paura. A partire sulla resistenza della vite, campo nel quale non si fanno passi avanti da decenni, anche a causa di certi pregiudizi sugli studi di genetica. La vite europea, infatti, ha almeno 500 geni deputati alla resistenza delle malattie, ma senza ricerca certe potenzialità non si possono esprimere. Eppure - approfondisce il professor Scienza - proprio come per il superamento dell’anemia mediterranea, basterebbe modificare due basi, una cosa che non porterebbe alcun disequilibrio nel Dna della vite, per rendere la pianta resistente praticamente a qualsiasi malattia della vite. È la cosiddetta “correzione del genoma”, con cui, nel giro di poco tempo, potremmo avere 50 varietà resistenti, senza apportare alcun cambiamento alla struttura genetica della vite. Per fare tutto ciò - chiosa l’ordinario di Enologia all’Università di Milano - ci vorrebbero sia una struttura che dei fondi, che andrebbero a finanziare i giovani ricercatori. Non è così difficile: produciamo 2 miliardi di bottiglie all’anno, se ogni produttore si auto tassasse di 2 centesimi a bottiglia potremmo contare su 40 milioni di euro l’anno ...”.
Anche Vincenzo Gerbi, ordinario di Enologia all’Università di Torino, non crede che sia l’espressione giusta: “il vino - spiega - non è un prodotto naturale, ed affidarsi alle fermentazioni spontanee è un modo poco sicuro di fare il vino. Giusto usare i propri lieviti, ma a patto che siano buoni, perché nella produzione enoica non ci si può affidare al caso, dobbiamo lavorare nella consapevolezza di produrre un buon prodotto, che sappia stare sul mercato. Poi - conclude Gerbi - se parliamo di impatto sull’ambiente allora un senso la definizione di naturale ce l’ha. Anzi, è una nostra grande responsabilità quella di restituire all’ambiente acqua pulita alla fine del processo produttivo, puntando ad un vino italiano totalmente sostenibile, che abbia rispetto per terra, acqua e aria”.
Diverso l’approccio del mondo produttivo, per cui il vini naturale non è semplicemente un punto d’arrivo, quanto un percorso lungo, una strada da imboccare per raggiungere al meglio tanti altri obiettivi, come spiega Angelo Gaja: “naturale è uno dei termini più belli che esistano, ed i consumatori oggi si aspettano un vino con qualcosa in meno, meno manipolazione, meno chimica. Quella del vino naturale, oggi, è una sfida per tutti i brand del vino, che vivono di riconoscibilità e condivisione: il consumatore compra ciò che lo attrae di più, ed oggi il produttore deve conoscere tanto il saper fare quanto il far sapere, ma chi si mette sulla strada del vino naturale comunque si mette sulla strada giusta, porta con sé la voglia di lavorare meglio in vigna ed in cantina. È questa la strada giusta per riprendere quel percorso che ha portato il vino italiano, tra gli anni ’70 e gli anni ’90, a diventare un brand forte in tutto il mondo, grazie soprattutto al lavoro di piccole e medie imprese, ma serve riprendere in mano l’iniziativa, puntando sulla nostra ricchezza varietale, che fa del nostro vino l’accompagnamento ideale per ogni piatto, di ogni cucina: dobbiamo entrare nella ristorazione internazionale. Sul vino - continua Gaja - c’è molto da fare: ottima l’idea del professor Scienza per una tassa di scopo da dedicare alla ricerca, poi c’è da recuperare la legge salva suolo, proposta dall’ex Ministro Catania ed abbandonata dalla De Girolamo, ma è sulla ricerca che si gioca la sfida più importante, a partire da un confronto franco sugli Ogm e sul riscaldamento globale, ma anche sui batteri e sulle malattie delle piante. Ma non dimentichiamoci l’importanza della promozione, perché dove non siamo arrivati con la nostra ristorazione, legata ai flussi migratori, come in Cina ed in Russia, servirebbe un investimento importante, di 30-40 milioni di euro, ovviamente a patto che ci sia trasparenza nell’uso del denaro pubblico. Infine, bisogna separare nettamente l’immagine del vino da quella dei superalcolici, perché noi non vendiamo una sostanza dannosa”.
L’approccio di Walter Massa, il riscopritore del Timorasso, è storicamente naturale, perché, come racconta, “il vino è una grande cosa quando si fa in maniera naturale: in una produzione equilibrata dentro al grappolo c’è già tutto, e dietro, per fare un grande vino, ci deve essere un produttore che sappia essere fine biologo e grande comunicatore. Quello che mi preme sottolineare è che il vino è antropologia, come diceva Erasmo da Rotterdam, il vino è riflesso della mente. Per questo non dobbiamo correre, ma vivere la vigna giorno dopo giorno, tornando a parlarci, per crescere tutti insieme ed imparare a gestire la crescita tecnologica. E poi dobbiamo portare democrazia nei Consorzi, umanità, ricordandoci che il vino italiano sta in mezzo tra il Tavernello ed il Tignanello, e tutti hanno ragione di esistere, di cercare la propria dimensione, utilizzando i materiali meno impattanti, le chiusure più utili allo scopo e così via”.
Il vino naturale, insomma, resta difficile da definire, ma ha una sua profonda ragion d’essere, specie se serve ad unire il mondo produttivo ed rispondere ad una domanda del mercato, come sottolineano i due rappresentanti della promozione di Bacco nel mondo, Helmuth Kocher, creatore del Merano Wine Festival, e Stevie Kim, a capo di Vinitaly International. Del resto, come ha chiosato il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, seduto tra il pubblico, “il vino italiano ha un tratto di originalità che lo contraddistingue dal resto, e la chiave per continuare a crescere nel mondo è legata al rapporto tra ciò che si beve e ciò che si mangia, nel grande tema della condivisione. Dobbiamo tenere in conto - continua Martina - che presto nel mondo la classe media crescerà di 800 milioni di nuove persone, e noi questa tendenza la dobbiamo sfruttare, provando a darci delle linee guida, facendo un lavoro di squadra, imparando a coalizzarci, come in altri Paesi d’Europa succede per le altre filiere”.

 

Fonte : Winenews

Leader al sud in soli 20 anni

Intervista a Marco Scarinci: Farnese Vini è un'azienda vinicola abruzzese di Ortona, in provincia di Chieti, che in più di 20 anni di attività è diventata leader tra le aziende esportatrici del Sud Italia con una produzione di quasi 16 milioni di bottiglie.

Farnese Vini è un'azienda vinicola abruzzese di Ortona, in provincia di Chieti, che in più di 20 anni di attività è diventata leader tra le aziende esportatrici del Sud Italia con una produzione di quasi 16 milioni di bottiglie. «I nostri prodotti sono presenti in 78 paesi», spiega Marco Scarinci, export manager dell'azienda, «per tre anni consecutivi siamo stati eletti azienda dell'anno del nostro settore, oggi siamo i primi in Italia per esportazione di vino». Domanda. Perché siete venuti ad Expo? Risposta. Siamo all'interno del padiglione di Intesa Sanpaolo perché la banca ci ha selezionato tra le eccellenze italiane. Crediamo fermamente nel rapporto tra aziende e sistema creditizio. Le banche rappresentano sicuramente un partner importante per portare avanti progetti imprenditoriali. D. Qual è la vostra storia? R. Farnese Vini nasce a cavallo tra il 494 e il '95, siamo un'azienda che ha una storia abbastanza giovane, ma in circa 20 anni di attività, siamo riusciti a diventare un riferimento nel panorama vitivinicolo del centro sud Italia. Farnese Vmi mette insieme le produzioni di cinque regioni, le più importanti del Centro Sud Italia. Siamo in Abruzzo, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e in Campania. Siamo partiti con un investimento molto piccolo, ma con una grande progetto imprenditoriale messo insieme da tre persone che hanno sempre avuto come obiettivo l'esportazione. D. Quindi per voi l'internazionalizzazione è fondamentale. R. Abbiamo sempre avuto l'export nel nostro dna. Attualmente circa il 93% del fatturato va fuori dai confmi nazionali. L'estero in questi anni è cambiato tanto. Farnese Vmi già 20 anni fa ha deciso di lavorare e di puntare sull'estero perché si affacciava su un panorama formato da aziende vitivinicole internazionali molto concorrenziali. All'interno del nostro gruppo abbiamo un dipartimento export ben sviluppato con sette unità, cinque che seguono i mercati europei e i mercati del Far East e due per Canada e Stati Uniti. D. Quali riscontri vi arrivano dai clienti esteri? R. Il vino italiano suscita molto interesse, soprattutto in Cina. Il mercato cinese è un mercato nel mercato, molto complesso per questioni di carattere territoriale. Il made in Italy continua a essere grande elemento di traino per affermare l'italianità dei nostri prodotti. Noi promuoviamo il made in Italy regionale, cioè valorizziamo le realtà autoctone. Parlando di Abruzzo, il cavallo di battaglia, il vino più conosciuto è il Montepulciano, in Puglia il Primitivo, in Sicilia il Nero d'Avola, in Campania il Taurasi e in Basilicata l'Aglianico del Vulture. D. Qual è l'elemento che permette di fare un prodotto di qualità? R. Per avere un prodotto di qualità bisogna avere delle uve di qualità. Se si ha un prodotto di qualità in partenza anche il vino che poi ne deriva sicuramente è di qualità. Per avere un prodotto di successo quello che abbiamo all'interno della bottiglia è importante, ma poi ci sono anche altri elementi. Puntiamo molto sul packaging e sulla presentazione delle bottiglie. Uno degli elementi che ha permesso al gruppo di ottenere successo è anche il rapporto qualità prezzo molto conveniente.

 

Autore: FRANCESCA MORTARO

Fonte: ItaliaOggi