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Un patto in difesa delle aziende del vino a gestione familiare

Produttori europei riuniti: c’è anche un pezzo di Bolgheri Doc Alessia Antinori: «Legati alle tradizioni di un tempo»

BOLGHERI. Un’alleanza ai vertici del vino non solo italiano ma tra le maison più prestigiose in Europa per proteggere la “gestione familiare”, gli usi e i costumi più tradizionali contro l’avanzata delle multinazionali.

Tra i rappresentanti spiccano anche nomi della Bolgheri doc come Priscilla Incisa della Rocchetta, in rappresentanza della famiglia e la presidentessa 2015, Alessia Antinori, la più grande delle tre figlie di Piero Antinori. Si tratta di una sorta di “patto eroico”, conosciuto come Primum Familiae Vini.

Una classifica che li raccoglie in successione di numeri di avi tra i quali svetta proprio Antinori con le 26 generazioni che lo rappresentano, fin dal 1385. Dagli anni ’90 ad oggi, una attività che ha fatto parlare di sé nel mondo.

All’interno infatti, dai senior ai nipoti, si contano le più grandi famiglie di enoimprenditori europei ma di respiro internazionale: Paul Symington (Portogallo), Julien de Beaumarchais de Rothschild (Francia), Robert Drouhin (Borgogna), Priscilla Incisa della Rocchetta (Bolgheri); Piero Antinori (Toscana), Pablo Alvarez (Spagna), Francois Perrin (Francia), Hubert de Billy (Francia), Etienne Hugel (Alsazia, Francia), Miguel Torres (Spagna) e Egon Muller (Germania).

«“Primum familiae vini” è nata nel 2002 da un'idea di Miguel Torres e Joseph Drouhin – spiega Alessia Antinori. Gli obbiettivi sono quelli di scambiarci idee, esperienze commerciali e tecniche, di aziende che sono, direi, le più rappresentative delle zone europee viticole più conosciute. Ci incontriamo almeno due volte l'anno, una con tutte le generazioni, durante l'estate (l’ultima è avvenuta lo scorso luglio a Bargino, la nuova cantina di Antinori in Toscana), da chi è il presidente in corso, stavolta io, mentre gli altri incontri sono eventi promozionali che organizziamo un paio di volte all'anno».

«Nel 2015 - continua Alessia Antinori - siamo stati a Londra e a Toronto. Siamo legati dal fatto dell’azienda familiari e la nostra idea è di rimanere “nel vecchio mondo”, legati alle tradizioni di un tempo. Ora stiamo discutendo, per esempio, se tornare ad essere 12 membri (attualmente sono 11) come eravamo all'inizio, ai primi anni Novanta. Riteniamo che quello di essere aziende familiari sia un aspetto molto importante e fondamentale nel mondo del vino in questa generazione e anche nelle future».

La presidente dell’associazione conclude: «La trasmissione di valori come la passione, la qualità del prodotto, che viene tramandata di generazione in generazione, sono aspetti che fanno davvero la differenza nel nostro mondo e ci teniamo particolarmente a mantenerli ben saldi».

Uno scambio culturale e lavorativo, perché i più giovani hanno la possibilità di

trascorrere un periodo di “tirocinio” presso le aziende dei soci. Inoltre si prediligono eventi umanitari ed aste di beneficenza con in palio una selezione di bottiglie, undici in totale, tra le più rappresentative di ogni azienda del gruppo.

 

Divina Vitale

Carlo Petrini a Winenews

“Abbiamo l’obbligo di garantire l’integrazione: è la formula della civiltà. E assolutamente sì dall’agricoltura può arrivare una risposta”: Carlo Petrini a tu per tu con WineNews su migranti, caporalato, Expo, monocoltura, pornografia del cibo ...

Mezzo secolo fa, le campagne italiane erano molto popolate, e di stranieri non ce n’erano. Oggi le campagne si sono spopolate, e gran parte degli abitanti sono stranieri. “Quando vedo i miei villaggi di Langa con percentuali di residenti stranieri che superano il 15-20% (percentuale che, peraltro, WineNews, monitora costantemente, ndr), abbiamo l’obbligo di garantire l’integrazione, in modo che i langaroli non si sentano invasi e gli ospiti emarginati: questa è la formula della civiltà”. A ribadirlo, “a tu per tu” con WineNews, è Carlin Petrini, con il quale la conversazione spazia ogni volta attorno al cibo tra cultura e stretta attualità, dall’odissea dei migranti, “una catastrofe annunciata, nell’insipienza di tutti”, all’agroalimentare, forse il settore più in salute dell’economia italiana, dal quale “assolutamente sì”, per il presidente e fondatore di Slow Food, può arrivare una risposta al loro bisogno di accoglienza ed integrazione. Un Petrini che conduce una delle sue battaglie proprio contro uno dei reati connessi al problema degli immigrati: il caporalato, che va “denunciato immediatemente” e dal quale “nessuno può ritenersi immune e scaricare il barile. Sarò uno dei più acerrimi nemici di tutti coloro che contribuiscono a questa forma di sfruttamento, non mi interessa se sono amici da anni, se sono un fiore all’occhiello dell’enologia piemontese (il riferimento è alla frase, pronunciata in precedenza, “se in Langa attecchisce il caporalato offendiamo la memoria dei nostri vecchi”), non me ne frega: meritano di essere denunciati”.
Da un lato, con WineNews, e non è la prima volta, Petrini parla di integrazione: “bisogna che tutti insieme si faccia un lavoro di comprensione, imparando a convivere”. Perché con quello che sta succedendo in Europa con l’arrivo degli immigrati, “dovremo abituarci a convivere per minimo dieci anni, e l’Europa deve e dovrà tirare fuori tutte quelle che sono le sue caratteristiche pregnanti, ed avendo un calo di natalità, accettare questi arrivi come un tesoro. Dobbiamo essere orgogliosi che se non c’era l’Italia sarebbe stata un’ecatombe. Prendiamo in mano il valore di un europeismo vero e non facciamoci stordire da forme di xenofobia inutile”.
Dall’altro, Petrini “tuona” a WineNews contro il caporalato: “bisogna denunciare immeditamente le cooperative locali o straniere che organizzano questa forma di lavoro e di sfruttamento - sottolinea il fondatore di Slow Food - qualsiasi produttore di Langa non può lavarsi la coscienza pensando che il lavoro sporco lo fanno queste cooperative, perché quando le paga 6-7 euro all’ora, sa benissimo che non è a posto, che l’intermediazione gliene prende il 50%, e che alla fine i lavoratori prendono 2-3 euro all’ora. In una zona come questa bisogna che tutti siano coscienti che se il lavoro si fa per intermediazione deve oscillare tra 12-13 euro, se si fa direttamente deve arrivare almeno ad 8 euro, al di sotto è sfruttamento”.
Non è neppure la prima volta che sull’Expo, dove, paradossalmente, i Paesi di Europa ed Africa, dell’America e dell’Asia si ritrovano tutti assieme con al centro la questione alimentare, il presidente internazionale di Slow Food dice che “è mancata più incidenza sul tema, che c’è ma non è stato rispettato, e sono mancate più argomentazioni sui grandi problemi mondiali dell’agroalimentare, primo tra tutti la vergogna della fame. Si poteva fare di più. Ma non sono di quelli che dicono è andata bene o male: ci sono stati elementi positivi e sono contento per il mio Paese li abbia portati a casa, ma sono altrettanto scettico di chi vede solo elementi positivi e non vede mancanza di opportunità. Ma bisogna pensare cosa succederà dopo, e sento un vuoto di idee, progettualità e visione, gravissimo. Tra due mesi, il gioco è finito, cosa ne faremo del sito, e così via. Attualmente non sento nessuna proposta, arriveremo tardi a dare una risposta”.
Prima però c’è “Terra Madre Giovani”, il grande evento di Slow Food a Milano (3-6 ottobre).
“Un meeting di 2.500 giovani di 120 Paesi - spiega Petrini - impegnati nell’agroalimentare, contadini, pescatori, attivisti, neppure tanti, ma non potevamo fare di più, tenuto conto che far arrivare un contadino africano costa 1.000 euro di viaggio e lui non ce l’ha, ed abbiamo dovuto trovare queste risorse. Abbiamo garantito viaggio, vitto ed alloggio ad almeno 1.500 di loro, una cifra per noi rilevantissima. Ma sono in nuce giovani leader, dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia, ed interfacciarsi tra di loro, discutere, far maturare una rete, che è già quella di Terra Madre, ma si caratterizza come “giovani”, sotto i 40 anni, per noi è un patrimonio straordinario”.
Al centro, forse ci saranno anche questioni come quella dell’espandersi della monocoltura in certe aree agricole del mondo. “Le scelte colturali dipendono anche da quello che rendono: la vite rende di più e tende ad espandersi. La grande scommessa del secolo è governare il limite, che non vale solo per l’agricoltura, ma anche per la ricchezza, per la crescita, per il Pil. Se non lo facciamo, tra un po’ ci ritroveremo con un eccesso di vino e sarà innegabile che i prezzi diminuiranno e non sarà più lo stesso per noi”.
“Direi che basta” anche l’attenzione per la buona enogastronomia “se esageriamo ancora senza tener conto che non è solo l’arte degli chef ma anche quella di contadini, comunicatori, educatori, che non è solo cucina ma anche agricoltura, zootecnia, ambiente, biologia, genetica, salute, economia, politica, se ci concentriamo solo sugli chef, non è troppa attenzione, ma una forma di pornografia alimentare. Deve aumentare la visione più olistica, più complessiva. Per privilegiare solo le categorie i mass media possono dare delle contro produzioni, creando obbiettivi a delle persone che poi non ci arriveranno: c’è un boom nella scuola alberghiera di ragazzi che vogliono fare gli chef, ma non si rendono conto che non diventeranno tutti chef stellati e che il lavoro in cucina è duro”. E, dall’altro lato, il ritorno alla terra c’è? “È ancora troppo lento”, conclude Petrini.

Biofuel dalle vinacce: un progetto australiano

Secondo una ricerca dell’Università di Adelaide da una tonnellata di scarti della lavorazione delle uve si potrebbero ottenere fino a 400 litri di bioetanolo, in modo economico e redditizio

Un gruppo di ricercatori dell’Università australiana di Adelaide sta lavorando a un progetto che mira alla trasformazione degli scarti della lavorazione delle uve in bio carburante in modo  economicamente vantaggioso.  I risultati fino ad oggi ottenuti sono stati pubblicati in un articolo comparso sulla rivista scientifica Bioresource Technology.

In particolare, i ricercatori australiani avrebbero dimostrato come sia possibile ottenere da una sola tonnellata di vinacce, trattate con acido ed enzimi, ben 400 litri di bioetanolo; gli ulteriori scarti di questa lavorazione sarebbero poi ancora utilizzabili come mangimi o fertilizzanti.

Oggi buona parte dei biocarburanti è prodotto attraverso la lavorazione di biomasse che derivano da apposite coltivazioni, l’utilizzo invece di materiale di scarto pare quindi essere particolarmente economico e redditizio, anche perché verrebbero così abbattuti i costi di smaltimento. Ogni anno l’industria del vino mondiale produce circa 14 milioni di tonnellate di scarti da lavorazione delle uve (dato Università di Adelaide).

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